Igor Protti: La sua battaglia contro la malattia e l'amore dei tifosi
"Non è facile. Però ci proviamo". È difficile sapere da dove cominciare quando si affronta un tema così serio e personale. Igor Protti, attaccante indimenticabile, è ricordato per il suo stile di gioco diretto e incisivo: testa bassa, grandi falcate e una valanga di gol. In particolare, ha raggiunto il massimo della sua carriera diventando capocannoniere in tre categorie diverse: Serie A, C1 e B, in quest'ordine. Un record che include anche quello di essere stato il miglior marcatore del massimo campionato nell'anno in cui la sua squadra, il Bari, retrocesse nel 1995-96.
Protti si è ritirato dal calcio vent'anni fa, ma oggi, con la voce che a volte si rompe, racconta della sua "partita più difficile" contro un avversario insidioso e invisibile: la malattia. A inizio luglio ha annunciato di aver scoperto "uno sgraditissimo ospite". Da quel momento sono iniziati ricoveri, cure e chemioterapia, ma nulla ha potuto fermarlo dal tornare al Picchi di Livorno per la prima partita casalinga dei toscani contro la Ternana. Un giro di campo, un abbraccio e lacrime di gioia hanno caratterizzato quel momento speciale.
"Le emozioni sono troppo difficili da spiegare, vanno vissute per essere comprese. È stata una giornata speciale per me. Ci tenevo a essere allo stadio nonostante la chemioterapia. I miei cicli durano 48 ore e mi lasciano molto stanco, ma volevo ringraziare i tifosi per il loro affetto. Ho ricevuto una solidarietà inaspettata, anche da parte di tifosi di altre squadre. Questo dimostra che il calcio è una grande comunità che si unisce nei momenti difficili".
Riflettendo sulla sua carriera, Protti afferma: "Non posso non pensare ai messaggi di supporto che ho ricevuto da tifosi di squadre con cui ho avuto rivalità, come Pisa, Spezia, Lecce e Roma. Questo mi ha confermato che, nonostante le rivalità, ci sia sempre qualcosa di più grande che unisce tutti".
Quando gli si chiede se ha mai ceduto al fascino del successo, risponde: "Non sono cambiato. Il calciatore finisce, ma la persona rimane. Anche se a volte la gente ti fa sentire speciale, io non dimentico mai di essere stato un tifoso".
Protti, attaccante per lo più di città costiere, spiega che le sue scelte calcistiche sono state influenzate dalla geografia: "Per chi nasce vicino al mare, è difficile immaginare di vivere senza. Se c'era il mare, era un'attrazione in più per giocare in quella squadra".
Riguardo al suo titolo di capocannoniere a Bari, afferma: "Sarei stato felice di scambiare quel titolo per la salvezza della squadra. Quell'anno abbiamo vissuto una stagione straordinaria, ma siamo retrocessi in un campionato con 18 squadre e 4 retrocessioni".
Protti ricorda anche il suo legame con la maglia numero 10 del Napoli, affermando: "Maradona è il più grande della storia. Io non c'entro nulla con lui". Da bambino, il suo idolo era Gianni Rivera, ma una volta spostato in attacco, ha iniziato a seguire giocatori come Luca Vialli e Mark Hughes, che rappresentavano il tipo di calcio che voleva vivere.
Quando gli viene chiesto se vede un Protti attuale in Serie A, racconta di un messaggio ricevuto da un giornalista di Bari riguardo Lautaro Martinez, paragonandolo a lui. "Questo mi ha fatto piacere, ma io non voglio paragonarmi a nessuno".
Protti si riconosce nel suo comportamento in campo e nella vita, affermando che l'umiltà deriva dalla sua educazione familiare. Riguardo alla sua carriera, riflette: "Da bambino, quando mi chiedevano cosa volessi fare, rispondevo dottore o meccanico. Entrambi aiutano in modi diversi".
Ha anche dedicato tempo alla beneficenza, partecipando a spettacoli teatrali e impegnandosi per il sociale. "La notorietà che ho guadagnato grazie al calcio mi ha permesso di fare molto per gli altri".
Infine, riguardo ai suoi soprannomi, Protti spiega che "lo zar" rappresenta un riconoscimento per il suo impatto nella città, mentre "il bimbo" è un segno di affetto. Riguardo alla sua famosa esultanza del 'trenino' a Bari, racconta: "È nata dall'idea di Miguel Guerrero, ma noi l'abbiamo interpretata come una celebrazione di gruppo, un modo per unire la squadra".
In conclusione, Protti afferma: "Non ho rimpianti. Ho sempre preso i treni giusti nella mia carriera".