Il Ritorno di Xherdan Shaqiri a Basilea e la Sua Nuova Felicità

Il Ritorno di Xherdan Shaqiri a Basilea e la Sua Nuova Felicità

Xherdan Shaqiri rappresenta una storia tipica della sua generazione. Nato in Kosovo da genitori albanesi, ha vissuto in Svizzera fin da bambino, dove la sua famiglia si era trasferita in cerca di lavoro. Oggi, a 33 anni, dopo aver viaggiato attraverso sei paesi e aver appreso diverse lingue, ha trovato la sua stabilità a Basilea, città a cui è tornato dopo 15 stagioni di esperienze internazionali. E ha subito vinto il campionato al suo primo tentativo. Dopo un periodo trascorso in Italia, sei mesi a Milano, ora Shaqiri è tornato a essere felice in Svizzera, un vero e proprio profeta in patria.

È tornato a Basilea e ha vinto il campionato al primo colpo. Si sente di nuovo felice?

“Sì, moltissimo. E non voglio fermarmi. Grazie al Basilea ho ritrovato gli stimoli e il sorriso. Mi sento un genio matto. La scorsa stagione dimostra che ho ancora la qualità per fare la differenza”.

Gli infortuni l’hanno spesso frenato nel corso della carriera. È una costante, purtroppo.

“Chissà che carriera avrei avuto senza guai fisici. Negli ultimi anni è stata veramente dura. Tuttavia, ora in Svizzera sono tornato a stare bene e a essere felice”.

Facciamo un passo indietro. Nel 2015 è arrivato a San Siro, portato dall’Inter. Come andò?

“L’Inter mi seguiva da un po’. Mancini mi chiamò e mi convinse in cinque minuti, dicendomi che sarei stato centrale nel progetto. Purtroppo, non ho giocato molto, anche a causa dei soliti problemi fisici. Credo comunque che avrei meritato più spazio”.

Ha vinto ovunque tranne che a Milano. Che Inter era la sua?

“In quel periodo, l’Inter era una delle squadre meno competitive degli ultimi 15 anni. Era costruita male, senza equilibrio e senza veri campioni. Mi era stato promesso molto, ma mi aspettavo un contesto diverso. Non eravamo strutturati per vincere”.

Che spogliatoio ha trovato?

“Un bel gruppo, anche se il clima non era sempre allegro, come si può immaginare quando non si vincono spesso. Ci divertivamo comunque. Passavo molto tempo con Kuzmanovic, che conoscevo dai tempi delle giovanili del Basilea. Altri compagni che ricordo con simpatia sono Nagatomo, Juan Jesus e Dodo”.

E Mancini? Gli vorrebbe dire qualcosa?

“Che poteva farmi giocare di più (ride). Ho grande stima di lui come allenatore. Ci siamo incontrati anche con la nazionale e ha sempre parlato bene di me”.

È vero che lo mandarono da un dottore “particolare”?

“Sì, uno sciamano, più che un dottore. Mi dissero di andare da questo tizio che faceva miracoli e aveva curato anche Ronaldo il Fenomeno. Anche Mancini me lo consigliò. Ma fu un’esperienza disastrosa. Feci un’ora e mezza di macchina, ma non servì a niente”.

Arrivò in Italia nel gennaio del 2015. C’era stata la possibilità anche prima?

“Potevo essere il numero 10 della Juventus qualche anno prima. Mi volevano al posto di Diego, che giocava come trequartista. Ero al Bayern e non giocavo molto, quindi avevo aperto al trasferimento. Ma poi non se ne fece nulla. Mi sarebbe piaciuto, ma ora tifo per l’Inter”.

Riesce a seguire il calcio italiano ancora oggi? Come vede l’Inter nella corsa allo scudetto?

“L’Inter è una grande squadra e deve sempre puntare a vincere. Ha mantenuto i suoi campioni e si è rinforzata, quindi deve arrivare in fondo in tutte le competizioni. Ha cambiato allenatore, ma sono fiducioso. Possono vincere lo scudetto. San Siro è un valore aggiunto: ricordo uno stadio fantastico, impressionante quando è pieno”.

Capitolo allenatori. Ne ha avuti tanti. Chi è stato il migliore?

“Dico Guardiola, il migliore per tattica e impostazione. Ha cercato di rivoluzionare il calcio in Germania e al Bayern, e secondo me ci è riuscito. Ho avuto tanti allenatori bravi e vincenti, ma voglio citare anche Ottmar Hitzfeld, un uomo vero a cui sono molto legato. Un allenatore d’altri tempi”.

Ha avuto anche tanti compagni. Chi è stato il più forte?

“Difficile fare un nome. Ho giocato con tanti giocatori forti e diversi tra loro, quindi imparagonabili. Se devo scegliere, dico Ribery. Giocava nel mio ruolo e mi impressionò dal primo allenamento. Fuori dal campo era sereno e sorridente, ma in campo era una furia. E che dribbling, che qualità! Frank è una delle persone migliori che abbia mai incontrato nel calcio”.

Capitolo Nazionale. Lei è un simbolo per la Svizzera. È stato un onore per lei e la sua famiglia?

“La Svizzera e il Kosovo sono i paesi del mio cuore, raccontano la mia storia e quella della mia famiglia. Indossare la maglia della nazionale svizzera è un onore e un privilegio, così come segnare agli Europei e al Mondiale. Per me rappresenta casa, famiglia, ricordi e molto altro. Gioco anche per i miei genitori”.

Adesso col Basilea è di nuovo felice. Ha mai pensato al ritiro? Dove si vede dopo il calcio?

“No, non ci penso. Ho 33 anni e ancora tanta voglia di spaccare il mondo e farmi valere. Voglio vincere e togliermi altre soddisfazioni. Dopo il calcio, mi vedo nel mondo degli affari. Ho già avviato alcune attività, ma per ora il calcio resta la mia priorità. Voglio dimostrare di essere ancora un genio pazzo. Ho ancora moltissimo da dare”.

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