Juan Sebastian Veron: La Magia di Juventus-Inter e il Futuro
In alcuni momenti, l'unico requisito è andare avanti, correndo il più velocemente possibile e sperando che le circostanze ricompensino gli sforzi. Non ci sono garanzie, solo determinazione. Juan Sebastian Veron, con la sua andatura elegante e i calzettoni disordinati, era abituato a spingersi verso l'area avversaria, in attesa del pallone che gli avrebbe permesso di esprimere il suo talento. La Brujita, come è soprannominato, ha creato momenti memorabili, incluso un gol nella finale della Supercoppa Italiana del 2005 tra Juventus e Inter. Tempi diversi, stadio diverso, ma la stessa emozione. Quando si gioca nell'Inter, il desiderio dei tifosi, sin dalle prime foto in aeroporto, è quello di segnare contro la Juventus. Veron lo ha fatto una sola volta, contando anche le sue esperienze con Sampdoria, Parma e Lazio, ma è tornato a Milano con il trofeo. In vista della grande sfida, gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere il significato di una rivalità così intensa.
Veron, cosa le ha lasciato quel gol?
"Ricordo bene il momento del lancio di Pizarro. Non sapevo come sarebbe finita l'azione, ma ho pensato fosse giusto seguirla fino alla fine. È andata bene, perché ho trovato il tempo e la coordinazione giusti sulla sponda di Adriano."
Un tiro sul primo palo, Chimenti battuto.
"Dopo è stato il delirio. Il boato dei tifosi, la gioia. Da brividi."
Le sue visite a Torino, sponda Juventus, le hanno regalato diverse soddisfazioni. Quando vinse con la Lazio, compì un passo decisivo verso lo scudetto.
"Un'altra notte indimenticabile di un percorso straordinario: il gol del Cholo Simeone. Una Lazio così forte non si è più vista."
Come si può spiegare Juventus-Inter a chi non la conosce?
"Non è facile. È una partita unica, che si sente già durante la settimana. La prepari, la immagini, la sogni, con un solo pensiero in testa: vincerla. È come un romanzo, un insieme di racconti in cui ciascuno può scrivere un pezzo di storia. A me è successo, e ne vado molto fiero."
Anche un calciatore straniero percepisce la tensione di un duello così sentito?
"Certo. Ma a me piaceva soprattutto l'adrenalina dell'evento. La Juventus è sempre stata una società prestigiosa e potente. Quando guardavo la Serie A dalla tv in Argentina, il Napoli di Maradona lottava per batterla. Credo che qualsiasi calciatore, quando è coinvolto in queste grandi partite, si esalti di più del solito. Gli stimoli aumentano, è normale. Succede a noi e anche a voi giornalisti, giusto?"
Chi vede vincente sabato?
"Fare previsioni è complicato, ma vedo favorita l’Inter, nonostante le perplessità che sento in giro."
A Torino, allo Stadium, l’Inter non vince da tre anni e mezzo.
"Ma la squadra ha una base solida, viene da un periodo di risultati importanti, e mi sembra più avanti rispetto alla Juventus. Staremo a vedere."
Lautaro torna solo giovedì dall’Ecuador e può allenarsi una sola volta, Calhanoglu è giù di corda, Chivu ha già ricevuto critiche.
"Non conosco Chivu, quindi non posso giudicare il suo lavoro da lontano. Allenare l’Inter non è facile per nessuno; l’esperienza conta fino a un certo punto. Ciò che conta sono le qualità e la personalità. Cristian sarà valutato in base ai risultati, come tutti i tecnici. Quanto a Lautaro, può sempre inventare qualcosa anche se non è al top. E Calhanoglu rimane un grande centrocampista."
Sembra ottimista sul percorso dell’Inter. Cosa dice il suo amico Javier Zanetti?
"Non lo sento spesso, quindi non ho idea di cosa stia succedendo lì. Tuttavia, una squadra come l’Inter deve sempre pensare di poter vincere. Non sempre ci riesce; ad esempio, la scorsa stagione è finita senza titoli dopo aver sfiorato scudetto e Champions, ma l’ambizione è fondamentale. L'obiettivo vero è sempre la Champions, dopo due finali perse. Ma è dura, perché in Europa ci sono molti ostacoli da superare."
In qualità di presidente dell’Estudiantes, un glorioso club argentino, consiglierebbe un giovane connazionale a Marotta?
"Nel nostro campionato ci sono tanti ragazzi con grande potenziale. Prima di andare all’Inter, però, potrebbero dover seguire una strada intermedia in Europa, per evitare di soffrire il grande salto. Nella mia squadra c'è un ragazzo molto promettente, Mikel Amondarain: è un centrocampista box to box, ha ottime prospettive. Ma ha solo 20 anni, diamogli tempo."
E lei, Veron, quando tornerà a lavorare in Italia?
"La verità è che qui sono felice. È un’esperienza molto formativa, perché sei a capo di un’azienda in cui i tifosi sono soci. Devi abituarti a prenderti le responsabilità."
Il carattere non le è mai mancato, in effetti, anche nel dribblare la domanda...
"Ci stavo arrivando. Sto bene in Argentina, ma se mi presentassero un progetto intrigante che mi coinvolge e mi appassiona, sarei pronto a sedermi al tavolo per ascoltare. Purché sia un ruolo decisionale, ovviamente."