La carriera di Alberto Malesani: tra successi, rimpianti e nuove passioni
Nei primi mesi del 2002, Alberto Malesani era alla guida del Verona, una squadra che stava vivendo un buon momento, occupando il settimo posto in classifica. In quel periodo, il Milan, allenato da Carlo Ancelotti, si interessò a lui. "Il dottor Galliani mi disse: 'La seguiamo. Se nel girone di ritorno fa come nell’andata, ci sentiamo a fine stagione'. Purtroppo, il mio Verona crollò e alla fine del campionato retrocedemmo. Non andai mai al Milan, Ancelotti rimase e l’anno successivo vinse la Coppa dei Campioni a Manchester. È andata così, ma non ho rimpianti. Peccato, perché sono sempre stato tifoso del Milan, l'unico milanista di San Michele Extra, il paese vicino a Verona dove è nato anche Mariolino Corso. Gli altri erano tutti interisti, mentre io gioivo nel vedere giocare Rivera.
Malesani, quel mancato passaggio al Milan nel 2002 ha segnato una svolta nella sua carriera?
"Ci ho pensato spesso e credo di sì. Da quel momento, il mio percorso non è stato così positivo come in passato. Tuttavia, sono soddisfatto e non mi lamento."
Tre anni prima, nel 1999, sulla panchina del Parma, in cento giorni, vinse Coppa Italia, Coppa UEFA e Supercoppa Italiana. Incredibile.
"È stata una cavalcata indimenticabile. Avevamo una squadra straordinaria: Buffon in porta; Thuram, Sensini e Cannavaro in difesa; Fuser e Vanoli sulle fasce; Dino Baggio, Boghossian e Veron a centrocampo; Crespo e Chiesa in attacco. Giocavamo un calcio moderno e spettacolare, ricco di pressing e sovrapposizioni. Purtroppo, non riuscimmo a conquistare lo scudetto, ma l’ambiente non era pronto per un’impresa simile."
L’anno precedente, alla Fiorentina, conquistò i tifosi.
"E anche i giocatori, da Rui Costa a Batistuta. Quando ebbi qualche discussione con il presidente Cecchi Gori, lo spogliatoio si schierò dalla mia parte. Andammo a vincere a Parma e il cavalier Calisto Tanzi rimase colpito dal gioco della mia Fiorentina, convocandomi il giorno dopo per ingaggiarmi. Ero libero e dissi subito di sì."
La sua carriera è stata costruita sul merito.
"Nessuno mi ha mai regalato nulla. Ho iniziato con il Chievo, ho fatto la gavetta e mi sono licenziato dalla Canon, dove avevo un ruolo dirigenziale, per seguire la mia passione per il calcio. Da lì sono passato alla Fiorentina, dopo essere stato seguito per tre mesi da Antognoni e dal d.s. Cinquini, e poi al Parma, sempre grazie alle mie prestazioni sul campo."
Dopo un inizio folgorante, la sua carriera ha subito una brusca frenata. Perché?
"Onestamente non lo so. Ho cambiato molte squadre, ne ho allenate undici in Italia, ma non sono mai riuscito a trovare l’alchimia necessaria per il successo. I miei metodi non sono cambiati; credo sia una questione di emozioni. Se fossi andato al Milan, chissà... Ma non voglio pensarci, è acqua passata."
Alcune delle sue conferenze stampa, oggi disponibili online, sono famose per il loro tono esagitato. Questi dettagli hanno influito sulla sua carriera?
"Potrebbe essere, ma credo che il problema principale sia che non ho mai cercato, e quindi non ho mai avuto, sponsor importanti. Non ho mai fatto amicizia con chi contava. Sono sempre stato un po’ in disparte nel calcio, è il mio carattere. In tutti i lavori che ho fatto, ho messo impegno, rigore, passione e un po’ di sana follia. E sono sempre stato un uomo, e quindi un allenatore, libero. Probabilmente, se avessi cercato di adattarmi, la mia carriera sarebbe stata diversa, ma va bene così."
In passato manager di una multinazionale, poi allenatore, ora viticoltore.
"È stata un’altra grande soddisfazione. Ho creato un’azienda che ora ho ceduto, ricevendo riconoscimenti importanti. Tutto è iniziato durante una trasferta di Coppa UEFA. Era la primavera del 1999, con il Parma andammo a Bordeaux e, alla vigilia, visitai una cantina famosa, rimanendone affascinato. Da quel momento ho sempre desiderato diventare un produttore di vino, ho acquistato un bel pezzo di terra, ascoltato i consigli di un enologo e l’impresa ha avuto successo."
Segui ancora il calcio?
"Confesso che qualche anno fa avevo un sentimento di rigetto. Ma ora mi sono riavvicinato e il merito è dei nuovi allenatori in Serie A. Mi piacciono, ammiro il loro approccio. Parlo di Italiano, Baroni e Fabregas. Studio le loro tattiche, sono un maniaco della tattica e mi tengo aggiornato, pensando a cosa farei io se dovessi affrontarli. È un modo per sentirmi ancora parte del gioco. Credo che la scuola italiana degli allenatori sia la migliore al mondo e dobbiamo tenercela stretta."
Oggi, cosa c’è nella vita di Alberto Malesani?
"La famiglia, gli amici, il golf al mattino e le partite a carte all’osteria ogni pomeriggio. Mi diverto molto a giocare a briscola o a tressette. Faccio anche tornei e ho raggiunto buoni livelli grazie agli insegnamenti dei miei amici, che chiamo maestri. E dopo, che vinca o perda, una bella cena in trattoria tutti insieme. Questa, per me, è la vera serenità."