Intervista a Dario Marcolin: Dalla Panchina al Padel
Dario Marcolin racconta la sua esperienza nel mondo del calcio e della telecronaca, un viaggio che dura da sette anni su Dazn. "La mia prima telecronaca è stata il 3 agosto, durante la Supercoppa francese tra PSG e Montpellier. Abbiamo trasmesso dagli studi tedeschi", ricorda con nostalgia. A 54 anni, Marcolin ha vissuto molte vite, sia calcistiche che non, e non allena da nove anni, ma si è trovato a suo agio nel mondo del calcio in TV, che definisce "una dimensione fantastica". "Quando ho smesso 18 anni fa, molti ex calciatori volevano diventare allenatori; oggi, la maggior parte preferisce lavorare in televisione".
Perché questo cambiamento? "È un'alternativa duratura e redditizia. In passato, per restare nel mondo del calcio, l'unica opzione era quella di allenare".
Quando ha capito che preferiva fare domande piuttosto che riceverle? "Mi piace fare domande tecniche. Gli allenatori apprezzano questo approccio; non voglio rendere le cose scomode, questo è il compito dei giornalisti".
Non avrebbe voluto essere un giornalista? "No, da bambino sognavo di diventare orologiaio. Smontare e rimontare orologi mi ha sempre affascinato, così come il mondo dell'elettronica".
Quando ha capito che il calcio sarebbe diventato la sua vita? "A 18 anni, quando sono passato dalla Primavera alla prima squadra della Cremonese. Ho capito che era la mia occasione".
A proposito di Cremonese... oggi giocherebbe con Jamie Vardy. "Ma io avevo Gustavo Abel Dezotti, il Vardy di allora. Un personaggio forte".
Ha incontrato anche giocatori di spicco alla Lazio. "Lì siamo arrivati io, Favalli e Bonomi, insieme a Signori, Winter, Fuser e Cravero. L’anno successivo è arrivato Marchegiani, Casiraghi e anche Gascoigne. Per me, era 'il mondo dei grandi'. Lì ho iniziato a sentire le grosse responsabilità".
Come viveva lontano dal campo? "Era un mondo pieno di tentazioni. Roma è una città enorme e affascinante, con mille opportunità. La cosa più difficile era dire di no e concentrarsi solo sul calcio. Dovevi diventare una macchina: fino al giovedì potevi uscire, ma il sabato dovevi stare con la famiglia e prepararti per la partita. Più salivi di livello, più dovevi adattarti a questa mentalità".
Ha mai dovuto affrontare il gossip? "Ho sposato una ballerina del Bagaglino. Sport e spettacolo a Roma si intrecciavano, ma ho avuto la fortuna di costruire una famiglia normale".
Le piaceva il ruolo di uomo-spogliatoio? "Sì, avevo il carattere giusto per questo. Sono stato capitano della Nazionale Under 21 campione d’Europa e ho organizzato la festa dello scudetto della Lazio. I compagni e gli allenatori mi volevano bene. Ho avuto Zoff, Zeman ed Eriksson alla Lazio".
Che ricordi ha di Eriksson? "Le partite di tennis con lui! A volte vincevo, a volte no. Era una persona perbene, sapeva costruire rapporti con tutti, anche con chi non giocava. La grande Lazio è merito suo e della sua calma. In campo si affidava molto ai suoi giocatori, era un maestro nella gestione dello spogliatoio".
Ci racconta di Mihajlovic? "Sì, siamo stati compagni di squadra all’Inter e poi ho lavorato con lui a Catania e Firenze. Le nostre famiglie sono molto unite. Ho vissuto ogni fase della sua vita. Era un papà straordinario, severo, ma si scioglieva facilmente con i ragazzi. Pretendeva sempre il massimo".
È stato vicino a lui durante la malattia? "Quando è stato ricoverato la prima volta, ero a Bologna. Appena ci hanno fatto entrare, ci ha detto che prendeva 21 pasticche al giorno, ma ha sempre reagito. Ha affrontato un trapianto di midollo e ha ripreso a giocare a padel con me. Era determinato e non voleva arrendersi. Otto giorni prima di morire, è andato a correre con suo figlio e lui lo esortava a fermarsi. L’ultima volta che è entrato in ospedale era un sabato; il martedì dopo i medici ci hanno detto che stava per morire. Se n’è andato il venerdì, ma ci ha regalato qualche giorno in più".
Nel 2020 ha perso suo padre in modo straziante. "Ricorda i carri armati con le bare a Bergamo? Era quel periodo del Covid. L’hanno ricoverato e non abbiamo saputo più nulla. Alla fine, un medico del Brescia, che conoscevo, mi ha detto che non c’era più nulla da fare. È stato un fulmine a ciel sereno".
Tra le sue tante vite c'è anche quella legata al padel. "Ho trovato un circuito che ha unito molti ex calciatori e che è diventato un business. Economicamente, sta regalando una seconda vita a molti. Ho iniziato nel 2015 e non avrei mai immaginato un’espansione così. È uno sport che richiede strategia e testa, quindi non piace solo agli sportivi. È uno sport di pazzi, perché tutti si credono forti, ma i dolori arrivano. E non aiuta a dimagrire".