La storia di Picchio De Sisti: un viaggio tra calcio e vita
Nel cuore dell’anima di Picchio De Sisti risuona la dolce melodia di chi esercita quotidianamente la virtù della misura. A ottantadue anni, l’uomo il cui soprannome trae origine da un antico gioco che ricorda i cortili assolati di Roma — il Picchio è un cono di legno legato a un chiodo con dello spago — osserva il mondo con lo stupore di un bambino e la serenità di chi ha trovato nella maturità un luogo di pace.
De Sisti, come valuta la sua vita?
“Ero un ragazzo del Quadraro, sono arrivato alla finale della Coppa del Mondo all’Azteca contro il Brasile di Pelé: chi l’avrebbe mai immaginato? A scuola ero un pessimo studente, ma calciando un pallone sono diventato commendatore della Repubblica. Sono sposato con mia moglie Nadia da cinquantanove anni, abbiamo tre figli e sei nipoti. A cinquant’anni ho affrontato una grave malattia, ma ho vinto. Le dico una cosa: sono un uomo fortunato”.
La sua passione per il calcio è iniziata con sua madre che temeva si ammalasse.
“Mio padre mi comprava il pallone, ma mia madre lo bucava con un coltello. Tornavo dall’oratorio sempre sudato. Lei impose un ultimatum: ‘O trovi una squadra con uno spogliatoio e una doccia, o smetti di giocare’. Così mio padre mi portò alla Mario Forlivesi, da lì passai alla Roma in cambio di undici maglie e la promessa di un pasto al giorno. Gli amici mi dicevano: ‘Ti hanno pagato troppo’”.
Alla Roma ha incontrato il suo mito, Pepe Schiaffino.
“Mi ha insegnato tutto. Mi ha trasmesso l’abilità di intercettare il pallone. Mi diceva: ‘Devi avere un radar in testa. Quando l’avversario avanza, non avere fretta; se alza lo sguardo, fissalo negli occhi. Anche se il pallone è suo, deve sapere che tu sei il padrone della situazione’”.
Ha trascorso diciannove anni in Serie A con due sole squadre: Roma e Fiorentina.
“Roma è casa, Firenze lo è diventata. Andai alla Fiorentina a ventidue anni, la Roma aveva bisogno di fare cassa e c’era stata una colletta dei tifosi al Teatro Sistina. Versai qualche lacrima, ma i fiorentini mi accolsero come se fossi un ‘giocatore vero’. Dopo il debutto, il presidente Baglini mi portò a Milano per presentarmi a dei suoi amici industriali: mi voleva mostrare come un orologio nuovo. Non mi sono mai sentito così in imbarazzo”.
A Firenze, nel 1969, ha vinto lo scudetto.
“Era la Fiorentina Yè-Yè di Pesaola, eravamo fortissimi. Il Petisso mi adorava. Un giorno chiesi se potevo saltare l’allenamento pomeridiano per un impegno all’ufficio erariale. Lui mi rispose: ‘Picchio, non hai capito niente’. Rimasi sorpreso. E lui aggiunse: ‘Picchio, qui comanda lei, tutto è in mano sua’. Pesaola ci faceva sentire invincibili. Diceva alla squadra: ‘Guardatemi bene quando parlo, perché il 50% è verità e il 50% è bugia. Dovete essere bravi a distinguere’”.
Ha avuto momenti divertenti anche con Nils Liedholm a Roma.
“In lui c’era una miscela di fantasia e realtà. Una volta, in spogliatoio, stavamo commentando la sconfitta di Nino Benvenuti contro Monzon. Il Barone raccontò di un episodio a Norrköping, dove vide un gigante tentare di violentare una ragazza. Si avvicinò e, con la mano destra alzata, lo sollevò venti centimetri da terra e con la sinistra lo colpì al mento: l’uomo rimase in coma per venti giorni”.
Quali sono stati i migliori anni della sua vita?
“Il 1966 mi sposo, nel 1967 nasce la mia prima figlia, nel 1968 vinciamo l'Europeo all’Olimpico, nel 1969 lo scudetto con la Fiorentina, nel 1970 gioco la finale del Mondiale contro il Brasile più forte di sempre: (ride) c’era da svenire”.
I migliori giocatori che ha incontrato?
“Pelé è soprannaturale, Schiaffino è un maestro, Beckenbauer è regale, Overath è un fuoriclasse. Ho giocato con Riva, il migliore. Anche Mazzola e Rivera, Merlo e Hamrin, e John Charles alla Roma. Ho allenato Antognoni e Pecci, due campioni”.
Da allenatore della Fiorentina, nel 1981-82, sfiorò lo scudetto.
“E’ stato un furto. Ho allenato poco, nel 1984 ho rischiato di morire per un sub-ascesso dentale e ho subito un intervento al cervello. Tornai, ma non era più come prima. Quella situazione mi aveva penalizzato, ma pensavo: sono vivo. Cosa contava vincere o perdere una partita?”
In panchina non ha avuto fortuna. Dopo Firenze, un anno e mezzo all’Udinese in Serie A, poi quattro anni di inattività, e 17 partite con l’Ascoli nel 1991-92. Da allora, nessuna panchina. Alcuni dicono che Luciano Moggi gli abbia chiuso tutte le porte.
“Sì, Moggi era consulente e amico di Costantino Rozzi, il presidente dell’Ascoli. Quell’anno succedettero cose strane. Alla vigilia di una partita con la Juventus, Rozzi disse a un giornalista che non aveva mai incontrato un uomo serio e capace come me. Perdemmo, i tifosi iniziarono a calciare la sua macchina, Rozzi mi accusò con dichiarazioni assurde e la Digos mi impose la scorta. La situazione divenne insostenibile, alla fine arrivò l’esonero. Quando mi ritrovò, mi disse: ‘Io dico sempre quello che penso’. E io risposi: ‘Presidente, ma lei non pensa mai a quello che dice’”.