Intervista a Tony D’Amico: Riflessioni su Calcio e Vita

Intervista a Tony D’Amico: Riflessioni su Calcio e Vita

No, "La rivincita" non è un termine appropriato. Come calciatore, ho dato il massimo delle mie possibilità.

Che tipo di giocatore era Tony D’Amico?

Ero una mezzala di grande corsa, ma non riuscivo a segnare nemmeno davanti alla porta. Ero anche un po' litigioso: avevo conflitti con tutti, compresi i miei compagni.

Qual è il giocatore in cui si rivede e chi era il suo idolo di allora?

Azzarderei Guendouzi. Il mio idolo era Leo Junior, e mi piaceva molto anche Paulo Sousa.

Parliamo della sua carriera da calciatore.

Calcio e vita. Ho lasciato casa tardi, a vent'anni, passando dal Chieti alla Cavese. Abbiamo iniziato dalla Serie D e siamo arrivati vicino alla Serie B, perdendo la semifinale playoff contro il Foggia. Da mediano sono diventato mezzala con Campilongo, un allenatore innovativo che utilizzava un 4-3-3 quasi a uomo in fase difensiva.

E per quanto riguarda la vita?

La notte della festa per la promozione in C1, il mio migliore amico di quella squadra, Catello Mari, è morto in un incidente stradale. Quel giorno è morto anche il ragazzo spensierato che ero.

Il Foggia diventa un crocevia nella sua carriera.

Il Foggia ha scelto Campilongo, e io ho fatto di tutto per seguirlo: un caso simile a quello di Koopmeiners di vent'anni fa. Le aspettative erano enormi; indossavo il numero 10, nonostante non fossi un vero numero 10, e mi battezzarono "il nuovo Shalimov". Ho giocato poco e male, subendo i fischi di ventimila persone. L’anno successivo, con Filippo Fusco come direttore e Fabio Pecchia come allenatore, è iniziata una nuova fase della mia carriera: "il pacco D’Amico" è diventato capitano e applaudito.

Perché ha smesso di giocare?

Vivevo di motivazioni. Quando sono arrivato a Empoli, pensavo di essere un giocatore da Serie B, ma sono rimasto solo sei mesi. Corsi me lo ripeteva sempre: "Bravo dirigente, però quanto eri scarso quando giocavi". Non era vero, ma se ho trascorso 15 anni in Lega Pro e solo sei mesi in B, significa che ero da Lega Pro.

Chi è stato il compagno più talentuoso?

Fabio Grosso a Chieti: era già eccezionale. E a trent'anni di distanza, parliamo ancora di calcio come allora.

Quando e come è diventato direttore sportivo?

Ero a vedere le finali Primavera quando ho rincontrato Fusco, che nel frattempo era al Bologna. Mi ha chiesto cosa pensassi di Mattia Vitale, un giovane della Juventus. Ho fatto una relazione verbale, poi un'altra, e infine mi ha chiesto di rifare l’area scouting: "Ci sei?". Mi ha chiesto di nuovo quando è andato a Verona, e poi mi ha detto: "Sei tagliato per fare il ds". Non ci credevo, ho iniziato a lavorare in questo ruolo nella stagione 2017-18, dopo le sue dimissioni. Gli ho detto: "Mi dimetto anche io", ma lui ha risposto: "No, tu resti". L'estate successiva, Maurizio Setti ha apprezzato alcune cessioni e mi ha detto: "Se te la senti, il ds lo fai tu". È stata una sensazione incredibile; quando ho chiamato Federica, mia moglie, mi tremava la voce.

Come Gattuso, dice: "Povera mia moglie, cosa le ho fatto passare in questi anni"?

La mia moglie ha due nomi: Santa e Federica. È lei la mia grande forza.

Ha un diploma da ds?

Sì, nel settembre 2015, il titolo della mia tesi era: "Diario dello scout". Il concetto base è che non bisogna mai fermarsi alla prima impressione; un giocatore va anche "immaginato" nella sua evoluzione.

In Verona decideva tutto, anche la marca dell’acqua minerale. Com’è stato passare a lavorare in squadra con Luca Percassi?

È stato difficile all'inizio, ma molto formativo: a Verona ero talvolta troppo istintivo, e questo mi ha aiutato a disciplinarmi. Tuttavia, i miei principi rimangono gli stessi: lealtà, rispetto e l'importanza di risolvere i problemi quotidiani.

È davvero stato vicino al Milan?

Ho letto molte cose, ma di sicuro non mi sono mai sentito, neppure per un giorno, lontano dall’Atalanta.

Qual è stato il colpo più importante da ds?

Quello che deve ancora arrivare. Potrei citare Amrabat, preso in prestito e rivenduto a 20 milioni, ma anche Zaccagni: ho trovato la chiave per aiutarlo a maturare caratterialmente. Non saprei scegliere in ordine d'importanza.

Qual è il suo rimpianto?

Quando ero a Verona, non ho spinto abbastanza per prendere Scamacca dal Sassuolo.

Un aneddoto divertente?

Io e Margiotta siamo stati chiusi in una stanza di un hotel a Milano dalle 12 all'una di notte per strappare Dawidowicz al Palermo, vietando ai suoi agenti di usare i telefoni e senza mangiare. Dopo aver preso il giocatore, siamo ripartiti, ma abbiamo forato in tangenziale e siamo stati bloccati fino alle quattro del mattino.

Qual è il difetto più grande del mondo del calcio?

Non si crede a chi dice la verità.

Qual è il suo vizio?

Fumo troppe sigarette, specialmente durante il mercato: fino a due pacchetti.

Quante volte carica il telefono in una giornata? E quante volte le viene voglia di lanciarlo?

Tre o quattro volte. Ma è più facile che io abbia voglia di far volare le sedie: il telefono mi serve troppo.

È più bravo a comprare o a vendere?

Non spetta a me dirlo. Diciamo che vendere bene è possibile solo se hai comprato bene.

Quale agosto è stato più stressante: quello del 2024 con il caso Koopmeiners o il 2025 con Lookman?

Sono situazioni molto simili e non piacevoli da vivere. Devi gestire l'oggi dimenticando che si tratta di ragazzi con cui hai vissuto mille esperienze. È difficile andare oltre certe emozioni che hai ancora dentro: è dura.

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